Italia ancora indietro nella normativa sulla canapa alimentare. L’intervista a Gianpaolo Grassi

Gianpaolo-GrassiIl CRA-CIN, Consiglio per la ricerca e la sperimentazione in agricoltura – Centro di ricerca per le colture industriali è un ente nazionale di ricerca e sperimentazione con competenza nel settore agricolo, agroindustriale, ittico e forestale. La sede di Rovigo sperimenta le tecniche di coltivazione, sviluppa nuove varietà di canapa e ne analizza le caratteristiche botaniche e biochimiche. Gianpaolo Grassi (nella foto), primo ricercatore del CRA-CIN di Rovigo e scienziato italiano con la maggiore conoscenza su genetiche e applicazioni della canapa, ci ha parlato dei problemi che ancora incontrano le aziende dei settori agricolo e alimentare impegnate nel rilancio della filiera italiana. Abbiamo già affrontato qui il tema sulla legislazione più in generale della canapa industriale; ricordiamo che attualmente sono pendenti due proposte di legge a riguardo e che la legge 79/2014, di conversione del decreto legge 36/2014 riguardante la disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, nel comma 4, capoverso 1, specifica che il provvedimento disciplina la cannabis “ad eccezione della canapa coltivata esclusivamente per la produzione di fibre o per altri usi industriali (..) consentiti dalla normativa dell’Unione Europea”.

In quale scenario si muovono le aziende italiane della canapa alimentare?
alimenti-a-base-di-canapa-610x425La normativa italiana per la canapa ad uso alimentare espressa dalla legge 309/90 è ancora arroccata sul concetto di totale assenza di sostanze potenzialmente psicoattive. Al contrario, per la canapa destinata ad usi industriali è ammesso un contenuto di THC pari al 2%. Questo costringe le aziende a un più laborioso processo di produzione per tutti i prodotti, come gli oli e le farine derivate dai semi di canapa.

 

Quindi è unicamente un problema relativo ai costi di lavorazione?
Non solo, perché da un punto di vista tecnico risulta molto difficile garantire nel tempo un contenuto di THC pari a zero. Pertanto qualsiasi funzionario delle forze di polizia potrebbe sottoporre a sequestro i prodotti di un’azienda italiana e avviare un procedimento giudiziario che può concludersi con sanzioni inflitte al produttore. Questo sicuramente non incentiva la nascita di un’industria.

Questa legge serve a tutelare la salute dei consumatori?
No, perché risulta impossibile ottenere un’azione psicoattiva ingerendo prodotti alimentari derivati da canapa contenente bassissime quantità di THC: allo scopo di percepirne l’effetto un consumatore dovrebbe assumere quantità enormi di prodotto, subendo quindi il rigetto da parte del proprio organismo molto prima di qualsiasi sensazione piacevole. È inoltre provato che i cannabinoidi presentano una tossicità minima anche a concentrazioni molto alte. Di conseguenza i prodotti alimentari che contengono, ad esempio, lo 0,2% di THC non possono causare alcun danno alla salute, neppure sul lungo periodo.

Com’è regolata la canapa alimentare in Europa?
In Germania e nella Repubblica Ceca si sono fissati limiti di THC proporzionati alla tipologia alimentare e il consumatore viene avvertito della presenza, anche minima, di questa sostanza. Non esiste una normativa europea condivisa e proprio per la mancanza di regole chiare sono capitati in Italia casi di lievi intossicazioni a causa di un olio di semi non controllato e proveniente dall’estero. Le aziende europee sono oggi libere di immettere sul mercato italiano prodotti non adeguatamente controllati. Siamo quindi invasi da alimentari stranieri dei quali non siamo in grado di conoscere i processi produttivi, mentre le aziende italiane restano fortemente penalizzate e i consumatori non sono minimamente garantiti. Sono membro di un tavolo tecnico incaricato di ridefinire la normativa: i 14 membri di questa commissione cambiano continuamente, la discussione deve spesso ripartire da zero e le responsabilità vengono scaricate reciprocamente fra enti e ministeri.

Ci sono speranze per i prodotti contenenti CBD, visti i suoi benefici per la salute?
Al momento in Italia viene negata anche questa opportunità per aziende, cittadini e malati. Anche se il cannabidiolo non è psicoattivo, questo cannabinoide presenta un collegamento genetico e al momento indissolubile con il THC. Quindi un prodotto alimentare, cosmetico o medicinale ad alto tenore di CBD conterrà sempre tracce di sostanza vietata. In molte nazioni sono oggi disponibili prodotti a base di CBD e fino a quando non verranno modificate le attuali tabelle delle sostanze illegali, gli italiani continueranno a rischiare comprando online da produttori esteri. Nel caso si risolvesse questa contraddizione legislativa resterebbe poi il rischio che il ministero della Salute inserisse il CBD fra le sostanze farmacologiche. In questo modo si impedirebbe la produzione alla filiera della canapa privilegiando ancora una volta le aziende farmaceutiche.

Stefano Mariani

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