Il miglioramento genetico della canapa come base del settore: l’Italia è ferma da 20 anni

5 Maggio 2021 | Canapicoltura e infiorescenze, Economia e politica

Continua la nostra collaborazione con il dottor Giampaolo Grassi, già primo ricercatore del Crea-Cin e tra i più grandi esperti italiani di canapa, che oggi ci racconta le problematiche nascoste dietro la creazione di nuove genetiche per il miglioramento parietale della canapa.

Il cavallo di battaglia dei politici, quando si tratta di rilanciare le campagne elettorali e di recuperare voti, comprende quasi sempre la propaganda sull’utilità di fare ricerca e di investire nei giovani, nelle iniziative imprenditoriali basate su start up e aziende innovative. Peccato che appena dopo le votazioni questo cavallo viene fatto correre.

Canapa e miglioramento genetico: l’Italia è ferma al palo

Se esaminiamo il caso specifico della canapa, vediamo che alcuni partiti l’hanno presa come argomento di primario interesse, nel bene e nel male, per andare incontro al proprio elettorato e soprattutto verso quello delle parti averse, per convertirlo e fargli cambiare schieramento. Ma guardando in dettaglio cosa è stato fatto in questi ultimi 20 anni sul versante del miglioramento genetico della canapa, che è la fase propedeutica al rilancio di una filiera agricola emergente, ci rendiamo conto che è stato fatto pochissimo, quasi nulla. Ciò non è dipeso unicamente dal fatto che ha preso il sopravvento nell’orientamento politico del MiPAAF, quasi sempre anti-canapa, ma perché in ricerca è stato investito poco e quel poco è stato frazionato in maniera esagerata, causa il federalismo regionale. Le iniziative talvolta meritevoli ed eroiche non potevano trovare le risorse adeguate per dare una spallata decisa che facesse progredire significativamente il settore varietale della canapa. Nonostante questo, il nostro Paese ha avuto buone occasioni per primeggiare e recuperare terreno a livello Europeo rispetto ad altri Paesi anch’essi orientati verso il settore della canapa. A chi è andata peggio di noi è stata la Francia che non avendo mai interrotto la coltivazione della canapa, contava su un catalogo varietale ben assortito in termini di variabilità e ampiezza del ciclo produttivo. Loro primeggiavano anche per avere abbassato al livello estremo il contenuto di THC ed usare quasi tutte varietà monoiche, non adatte a particolari applicazione (canapa light). Proprio questa fissazione di distinguersi dal mondo “alternativo che insisteva sulla canapa” gli è costata l’esclusione dalla corsa a diffondere le proprie varietà oltre confine, perché proprio carenti in contenuto di cannabinoidi. Questa è la dimostrazione che l’ossessione di contrastare in tutti i modi, anche per legge la natura, provoca spesso reazioni opposte e negative, talvolta imprevedibili.

L’Italia ha tentato in modo disarticolato e individualista di seguire il trend delle diverse filiere emergenti della canapa che via via si potevano attivare nel post-tessile. Prima l’orientamento verso la produzione di fibra tecnica, poi la produzione e lo sfruttamento dei semi per alimenti ed ultimamente l’uso della canapa nel settore ricreativo e farmaceutico. Con quali varietà si è potuto seguire l’evolversi dei diversi impieghi della canapa? Tranne qualche tentativo volontaristico e solitario, le novità varietali sono tutte arrivate dalla Svizzera, America, Spagna, Olanda e Francia. Insomma, anche in questa occasione ci siamo venduti allo straniero senza fare nulla. C’è mancato poco che anche nel campo strategico delle applicazioni medicinali della canapa fossimo costretti a far ricorso a varietà importate, magari recuperando negli smart-shop zeppi di bellissime bustine colorate e pubblicizzate nel migliore dei modi, alcuni tipi stranieri, selezionandoli in base al nome più accattivante (come vedova bianca etc… ovviamente in versione inglese).

I problemi normativi che bloccano la ricerca

La ragione fondamentale di questo disastroso tentativo di galleggiare è dipesa ancora una volta da come le nostre innumerevoli leggi sono state applicate da parte dei burocrati di turno. La pietra dello scandalo è sempre il Testo unico degli stupefacenti (309/90) che con la sua riconosciuta inadeguatezza e aleatorietà di indirizzi è stato usato ed abusato per impedire che l’iniziativa privata nel settore dello sviluppo di nuove varietà di canapa si potesse esprimere e potesse dare il suo fondamentale contributo. Sulla carta in realtà la soluzione era stata prevista (Art. 26). Gli enti pubblici avrebbero potuto sopperire totalmente ed in maniera esclusiva alla necessità di fare miglioramento genetico ed essere eventualmente e totalmente disponibili a collaborare con iniziative private, agendo però sempre all’interno degli spazi pubblici super controllati e protetti. Nella realtà dei fatti, negli ultimi 20 anni solo un centro di ricerca pubblico, vigilato e supportato in parte dal MiPAAF, ha avuto questa opportunità. Per capire quanto avrebbe potuto fare nella direzione del miglioramento genetico si deve sapere che dal 2000 ad oggi neppure un euro è stato destinato a sviluppare programmi di miglioramento genetico della canapa in questo centro (CREA-CIN) e delle  quasi 10 nuove varietà iscritte, tra cui le prime monoiche italiane, nessuna derivava da un specifico progetto, ma derivavano da una iniziativa autonoma, spesso avversata, di un solo gruppo di ricercatori (n. 2).

La Svizzera favorisce la ricerca e il miglioramento genetico sulla canapa e i breeder

Come si può ben intuire, non è che con un tale armamentario si potesse combattere ad armi pari con la potenza di fuoco che altri Paesi avevano a disposizione. Solo un esempio: in Svizzera il legislatore avveduto ha concesso a tutti i breeder, pubblici e privati, di selezionare varietà di canapa che potevano arrivare a contenere fino all’1% di delta-9-tetraidrocannabinolo (THC), consentendo in questo modo di poter selezionare nuove varietà con elevati contenuti di cannabinoidi non stupefacenti che offrivano ampie opportunità di sviluppo delle filiere della canapa, in particolare quelle della chimica fine e farmaceutica. Si precisa che con l’1% di THC, i più competenti tossicologi confermano che essa rappresenta la soglia critica che discrimina una sostanza vegetale con effetto drogante. Per questa ragione, il limite massimo dello 0,6% di THC (nella legge 242/2016)  e per i tribunali lo 0,5%, rappresenta il limite prudenziale da non superare per evitare che si abbiano effetti stupefacenti dall’assunzione della canapa.

Come registrare nuove genetiche di canapa in Europa

Ma nel nostro Paese e bisogna dirlo, nell’intera Europa, per vedersi approvare la registrazione di una nuova varietà dall’organismo pubblico certificatore, che da noi è il CREA-DC, il limite massimo di THC da non superare è lo 0,2%. Questo limite viene misurato applicando un metodo descritto nel Regolamento europeo (421/86) che prevede l’impiego dello strumento denominato gas cromatografo che ha normalmente la caratteristica di misurare il contenuto totale dei cannabinoidi ed in particolare il THC. Per totale si intende la somma delle due frazioni di THC presenti nella canapa: il THC-acido ed il THC-neutro. La pianta quando è fresca ed appena raccolta contiene quasi esclusivamente la forma acida e questa ha la fortunata caratteristica di non indurre effetti stupefacenti perciò è una frazione che non è compresa nella frazione drogante della canapa. Forse non tutti sanno che se si ingerisse o si assumesse senza riscaldare oltre i 50°C la canapa fresca, qualunque sia la sua concentrazione di THC, non produrrebbe alcun effetto stupefacente.

USA e Europa: metodi analitici a confronto

Sulla base di questo banale, ma fondamentale dato di fatto, le autorità americane stanno analizzando le loro nuove varietà di canapa usando un diverso metodo analitico, rispetto a quello gas cromatografico. Loro propongono l’HPLC, strumento ben diffuso anche nei nostri laboratori oppure la HP-TLC (high performance thin layer chromatography), una versione aggiornata della tradizionale TLC. Con questi metodi riescono a misurare le due frazioni di THC, quella acida e quella neutra senza alterare minimamente il loro rapporto. Nella forma nativa del THC la varietà presenta un contenuto decisamente più basso di THC neutro, quello stupefacente. Nella legislazione statunitense è previsto che il THC (neutro) abbia una concentrazione inferiore allo 0,3%, già un terzo superiore al limite europeo.

In conclusione, in Europa è stato scelto di applicare il metodo di misurazione del THC più penalizzante, evitando di considerare la possibilità di aggiungere a questo metodo di analisi una fase definita di derivatizzazione, attraverso la quale anche con l’analisi fatta con il gas cromatografo si potrebbe distinguere le concentrazioni delle due forme, acida e neutra, così come sono rappresentate nella pianta fresca. In Italia, per non rischiare che qualcosa sfugga dal controllo dello Stato, inoltre si minaccia di bloccare ogni iniziativa privata facendo ricorso all’art. 17 della 309/90, usando come deterrente il sequestro cautelativo sempre previsto con leggi che prevedono il penale, come in questo caso. Nessuno ha avuto il coraggio o la lungimiranza far prevalere invece l’art. 2 della 242/2016 (questa Cenerentola delle leggi), che prevede tra i suoi scopi quella di poter fare: “ f) coltivazioni dedicate alle attività didattiche e dimostrative nonché di ricerca da parte di istituti pubblici o privati”.

La frammentazione esagerata delle associazioni degli agricoltori orientati verso la canapa, ha lasciato ampio spazio ai dirigenti ministeriali nostalgici della Fini-Giovanardi ed anche il Ministero più coinvolto che si dovrebbe occupare di agricoltura, resta a guardare senza prendere iniziative volte a fare chiarezza, anzi talvolta negando  le sue stessi leggi, come nel caso della famigerata circolare del 22 maggio 2018, contro la riproduzione della canapa per talee, quando nel 2011 ha lui stesso ha approvato con DM del 5 aprile 2011 i nuovi criteri di registrazione delle varietà di canapa che possono essere esaminate in base a criteri che identificano varietà da fibra, da seme e da riproduzione vegetativa (proprio quelle che richiedono l’uso della moltiplicazione per talea). Si continua ad essere succubi della cattiva abitudine italiana di lasciare che la mano agisca, svincolata da cosa il cervello pensa.

Giampaolo Grassi – Canvasalus Srl

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