Il mercato di CBD e cannabis light tra Europa e Italia

14 Dicembre 2021 | CBD e cannabis light, Economia e politica

Il mercato del CBD prosegue la sua crescita, proiettandosi verso stime sempre positive. Il settore attende ancora dall’Europa decisioni importanti, nel frattempo però prosegue la sua corsa tra mille difficoltà ed altrettanti espedienti. La regolamentazione ancora carente, sia nazionale che europea, pesa molto nella creazione degli equilibri tra i diversi soggetti che compongono il settore. Equilibri che sono indispensabili per un crescita sostenibile e duratura, priva di forzature o storture. Ne va dello sviluppo di tutte le filiere della canapa industriale, la salute di moltissimi consumatori e pazienti, il ruolo che l’Italia può tornare ad avere, un intero settore imprenditoriale con previsioni da capogiro e una risorsa eco sostenibile unica.

Ne abbiamo parlato con tre professionisti del settore: Alessandro Belloni di Flower Farm, Daniel Arnold di Canway e l’avvocato Giacomo Bulleri.
Com’è cambiato il settore in Italia dal 2017? Come e cosa producono le aziende più importanti di questo settore? Cosa dice la legge in Italia ad oggi? Cosa dobbiamo aspettarci per il mercato del CBD nei prossimi anni? Abbiamo cercato di rispondere a queste domande per restituirvi un quadro della situazione attuale e dei compromessi e delle contraddizioni che la rappresentano.

Alessandro Belloni, responsabile commerciale di Flower Farm, azienda italiana leader del settore della cannabis light, ripercorre l’evoluzione del settore italiano attraverso la storia e le scelte aziendali e ci offre la sua visione sul futuro.

Cannabis light e CBD: come è cambiato il settore in Italia in questi anni?

In Italia, rispetto al resto d’Europa siamo stati precursori con la deroga della legge 242 e grazie all’intuizione di un’azienda che ha deciso di prelevare i fiori delle coltivazioni di canapa sativa per venderli con la definizione di uso tecnico. Da lì il settore è esploso e hanno aperto le aziende che in parte sono rimaste ancora oggi leader del settore. E’ stato qualcosa di rivoluzionario, sono caduti molti tabù su questa pianta che era considerata illegale: era una pianta che si voleva debellare dal mondo, oggi invece è riconosciuta come risorsa importante. Durante questo primo anno di rivoluzione, con il nostro imbustato abbiamo fatto dei numeri impressionanti, ci posizionavamo in tutti i punti vendita che contattavamo, sia con gli oli che con le infiorescenze e i trinciati.
Il mercato ha iniziato a mutare quando, sull’onda di questa novità, sono nate moltissime aziende. Questo è stato positivo da un lato perché ha contribuito a far crescere il settore, dall’altro lato però molti hanno approcciato senza alcun background imprenditoriale e questo ha avuto ripercussioni anche negative su tutti gli operatori: molti nuovi imprenditori si sono buttati su quest’onda senza intenzione di investire per migliorare la qualità dei prodotti, ma piuttosto abbattendo i costi di produzione per ottenere  un prezzo di vendita ribassato, ovviamente a discapito della qualità del prodotto utilizzato poi da tantissimi consumatori. Noi abbiamo colto questi cambiamenti e queste sfide alla fine del 2018 come nuova opportunità offrendo alle aziende nascenti un servizio a 360° per la vendita di infiorescenze o estratti con packaging personalizzato. Siamo così riusciti a rimanere stabili nel settore nonostante l’affollamento crescente, contribuendo a marginare questa evoluzione al ribasso.
Nel 2019 è iniziata una nuova fase critica con la campagna elettorale di Salvini per le elezioni europee centrata sulla guerra ai negozi di cannabis light. Da un giorno all’altro il mercato italiano si è bloccato, non arrivavano più ordini. Si crearono quindi due possibilità: una era quella di chiudere e l’altra quella di approcciare al mercato estero. Noi non volevamo chiudere, a quel tempo eravamo ormai diventati un’azienda con una ventina tra dipendenti e collaboratori, credevamo in quello che facevamo. Decidemmo di affacciarci sul mercato estero partecipando alle fiere più importanti in Europa. A quel tempo partivamo da avere un 20% di fatturato derivante da vendite all’estero e un 80% in Italia, nel giro di qualche mese passammo ad un 70% estero e 30% italiano. Col tempo per fortuna si superò anche la situazione di stallo in cui versava il mercato interno, decimato ovviamente perché invece molti decisero o si trovarono costretti a chiudere l’attività.
Nel 2020 con il lockdown il settore ha vissuto una nuova fase di espansione: molte persone con molto tempo libero a casa si sono interessate ai prodotti derivati dalla canapa e sono diventate nuovi consumatori. Inoltre molti consumatori di marijuana, rimasti senza la possibilità di uscire per comprare il prodotto illegale, si sono rivolti agli store online di cannabis light apprezzando quello che all’inizio era un surrogato ma che evidentemente è rimasto poi nelle loro abitudini di consumo. Per molti consumatori di marijuana di una certa età o che comunque non ricercano lo “sballo” il CBD rappresenta un ottimo compromesso: i sentori e il gusto della cannabis light ricordano molto quello della marijuana senza però l’effetto drogante che su molti consumatori può avere un impatto negativo, mantenendo comunque un aspetto rilassante e appagante.

Quali sono le principali difficoltà del mercato italiano e quali i suoi punti di forza?

Il mercato italiano del CBD, se non ha raggiunto risultati brillanti sul lato commerciale a causa della presenza di troppi operatori che hanno fatto del ribasso del prezzo la loro principale strategia, ha invece dato il meglio sul lato della produzione. L’Italia è il bacino produttivo più grande d’Europa. Una larghissima fetta del mercato europeo deriva da materia prima coltivata in Italia. Quindi il mercato italiano ad oggi è un mercato prevalentemente di produzione.
Le principali difficoltà del mercato italiano sono principalmente una sovrapproduzione che risente molto della cattiva scelta di abbassare i costi di produzione, mentre i punti di forza sono rappresentati da aziende che invece lavorano in un certo modo all’interno di una filiera controllata puntando sulla qualità. Un’altra questione importante è che in Italia non si possono utilizzare talee selezionate che mantengano valori di thc stabili. Per questo motivo abbiamo deciso di intraprendere il percorso della richiesta di registrazione di nuove genetiche stabilizzate presso gli enti europei preposti. L’Italia ha un potenziale da recuperare in questo settore, per condizioni climatiche e relative alla terra non c’è paese migliore per coltivare canapa in Europa.

Come immagini il mercato italiano tra 5 anni?

Immagino, anzi ne sono convinto, che in Italia ci sarà un mercato che potrà effettivamente produrre degli edibles al CBD. Penso che in questo settore, come è già successo per quello cosmetico dove il CBD permette di formulare prodotti funzionali, la regolamentazione della molecola e quindi del fiore è irrinunciabile. E’ proprio questo che ora pone moltissimi problemi che si risolvono soltanto regolamentando l’infiorescenza come hanno fatto in Svizzera, Belgio, Lussemburgo, come stanno facendo in Repubblica Ceca portando il limite di thc al 1% e legalizzando completamente il CBD entro questo limite. Questo deve succedere e succederà anche in Italia e in Europa a fronte di un maggiore controllo. Questo produrrà ovviamente una naturale scrematura di tutte quelle realtà che non lavorano con standard qualitativi alti e un regime di controlli rigidi sulla presenza di contaminanti tossici. Oggi come oggi l’unico elemento che definisce la legalità del prodotto è il livello del THC che spesso viene abbassato attraverso processi anche poco naturali. I benefici che la canapa può apportare alla salute, tra l’altro è bene sempre sottolinearlo senza effetti collaterali, devono essere alla portata di tutti. Abbiamo clienti di cui ovviamente non faccio il nome, data la popolarità di cui godono, che utilizzano ormai da tempo i nostri oli e che così hanno smesso di usare psicofarmaci, ansiolitici, antidolorifici che davano loro effetti collaterali importanti. Sono convinto che tra 5 anni tutte le incertezze normative saranno superate. Finora come Flower Farm abbiamo sempre anticipato effettivamente con successo gli sviluppi del mercato. Partendo da una realtà aziendale molto piccola siamo cresciuti molto fino ad arrivare a controllare cinque diverse aziende che fanno tutte parte della filiera della canapa.

Abbiamo intervistato Daniel Arnold, responsabile commerciale del gruppo Canway, tra le più grandi aziende svizzere di settore che riunisce diverse aziende della filiera produttiva e proveniente da una lunga esperienza commerciale nel settore vinicolo, per avere una panoramica della loro attività e della loro prospettiva sul mercato italiano e europeo.

Cosa produce e commercializza Canway?

Canway riunisce diverse aziende della filiera. Fenocan, uno dei maggiori produttori di genetiche CBG e CBC femminilizzate per il mercato mondiale, vende ai consumatori finali. E’ disponibile per esempio su Plantasur o Tigerone, o presso rivenditori di semi femminilizzati. Vendiamo anche all’ingrosso in altri continenti, ad esempio in Uruguay, Equador, Sudafrica, lavorando con i governi per registrare le nostre genetiche. I nostri semi sono disponibili in tutto il mondo.
Green passion invece è la compagnia che si rivolge per il momento soprattutto ai consumatori svizzeri. In Svizzera siamo il più grande e-commerce per consumatori. Questi prodotti sono soprattutto infiorescenze CBD e CBG con livelli di THC inferiori all’1%.
Poi c’è Dolocan, brand di olio di CBD che vende non solo olio, ma anche e-liquid e prodotti cosmetici. Per la metà di novembre dovremmo partire a distribuire questi prodotti in tutta Europa con livello di THC inferiore a 0,2%.
Synca lab invece è stata fondata 6 mesi fa, per avere un laboratorio di proprietà per produrre oli customizzati in base ai valori di cannabinoidi presenti. Riteniamo che la customizzazione del prodotto sia molto importante. Rivendiamo i nostri prodotti sia col nostro marchio che white label. Produciamo anche isolati, distillati e altri prodotti, ma il nostro focus è sugli oli.

Come recepite le novità che potrebbero arrivare dall’Europa sul CBD come novel food?

E’ sicuramente una buona soluzione ma richiede tempi lunghi e costi elevati per la registrazione. Attualmente anche in Svizzera il mercato dell CBD è una zona grigia all’interno della quale si è sviluppato un intero settore in espansione che utilizza l’indicazione “prodotto tecnico” come escamotage per commercializzare i prodotti contenenti questa molecola. Ovviamente una regolamentazione è necessaria e auspichiamo che si sviluppi e che abbia come obiettivo quello di tutelare i consumatori partendo da una selezione degli standard qualitativi.

Come dovrebbe evolvere in meglio il mercato del CBD in Europa?

La cosa più importante su cui noi puntiamo i nostri sforzi e che forse ci separa da molti operatori del settore è quella di lavorare seriamente, con rigore e disciplina per dare un ottimo servizio ai nostri clienti. È l’unico modo per avere successo duraturo. La cosa migliore per il mercato del CBD è proprio che in futuro vengano filtrate le realtà che lavorano seriamente e rimangano fuori le aziende che non rispettano alti standard qualitativi e professionali.

Che rapporti avete con l’Italia?

Abbiamo comprato molte infiorescenze nel sud Italia e in Sardegna, ma non ci occupiamo direttamente noi di importare merce dall’Italia in Svizzera, ci possono essere problemi in dogana nonostante il limite di THC ammesso in Svizzera sia più alto di quello ammesso in Italia: solitamente è il produttore ad occuparsi della spedizione.
Un altro problema che risconto nel mercato italiano riguarda il limite di THC che non è possibile garantire, in Europa in teoria si potrebbero coltivare solo piante certificate europee che sappiamo bene non interessano al mercato del CBD, come sappiamo bene che la maggior parte della produzione in Europa arriva da semi di genetiche selezionate.

L’avvocato Giacomo Bulleri, è uno dei massimi esperti di normativa riguardante la canapa, membro dell’advisory board di EIHA e consulente di Federcanapa oltre che di varie aziende che operano nel settore.

E’ legale vendere all’ingrosso fiori di canapa? Se sì con quali destinazioni d’uso

La questione della commercializzazione in generale dei fiori di canapa è risolta a seguito della sentenza delle sezioni unite della Cassazione secondo cui la fattispecie è da ritenersi illecita con due “salvo che”. Salvo che innanzitutto si rientri in una delle destinazioni d’uso tassativamente previste dalla legge e salvo la valutazione in concreto dell’efficacia drogante. Entrambe le valutazioni ci portano a concludere come la Cassazione abbia chiarito che la cannabis light così come è venduta ad uso tecnico o per collezionismo non possa avere una collocazione nella destinazione di legge e che la questione dell’efficacia drogante deve essere valutata discrezionalmente e caso per caso ma ai fini della rilevanza penale non ai fini di una liceità del commercio in sé per sé perché è una categoria merceologica che di fatto appunto non esiste. A mio parere più che concentrarsi sul fiore in sé sarebbe opportuno concentrarsi sull’impiego dell’intera pianta, in tutte le sue parti, quale prodotto agricolo in linea con la normativa europea e, soprattutto, con le indicazioni fornite dalla sentenza della Corte di Giustizia Europea nel caso Kanavape.

Quindi il problema della destinazione d’uso non riguarda solo la vendita al dettaglio, ma anche il commercio all’ingrosso del mercato del CBD?

Diciamo che il problema è sempre lo stesso, la Cassazione ha ribadito infatti la necessità di chiarire a livello legislativo se esiste o meno una categoria merceologica per il fiore di canapa. In mancanza di questo ci sarà sempre il dubbio se hanno ragione quelle procure e tribunali che prendono come parametro il limite di 0,5% thc mutuandolo dalla tossicologia forense o facendo riferimento alla dose media singola dei 25 mg come da tabella ministeriale, ritenendo che non sia reato la commercializzazione, e in taluni casi anche dissequestrando; o quelle procure e tribunali che ritengono non ci sia un limite previsto per il fiore una volta uscito dal campo che si configura quindi sempre e comunque come sostanza drogante, interpretazione che poi porta a rinvii a giudizio e processi per spaccio.

Quale potrebbe essere la via di uscita in futuro per il mercato del CBD?

Solo la politica può dare una risposta. La mia considerazione personale è che, se un prodotto viene venduto per essere fumato, è chiaro che l’unica categoria in cui può essere inquadrato è quella del prodotto da inalazione. Non a caso, chi ha normato questo prodotto, cioè Belgio e Svizzera, l’hanno inquadrato come prodotto da inalazione. Il punto è un altro, come inquadrarlo: alla stregua di un trinciato di tabacco, caso in cui si ridurrebbero i margini per gli agricoltori, oppure inquadrare non solo il trinciato ma anche il fiore di qualità in una filiera di libero mercato. La questione non è andare o meno nella direzione del prodotto da inalazione, piuttosto come procedere in questo inquadramento.
L’obiettivo deve essere quello per cui EIHA lavora in Europa, e cioè di sfruttare tutto il potenziale della pianta. La discussione si è incentrata alla fine solo sull’utilizzo ricreativo dei fiori, cioè la cosiddetta cannabis light, che porta con sé tutta una serie di considerazioni politico sociali che riguardano questa destinazione. Non bisogna dimenticarsi appunto che lo scopo primario è quello di consentire l’uso dell’intera pianta, quanto meno per le finalità che già rientrano nella legge. Questo è il lavoro che stanno facendo in Europa per l’utilizzabilità del fiore ad uso alimentare.

Quale deve essere ora quindi l’impegno italiano per il completo sviluppo della filiera?

La Commissione Agricoltura già nel novembre del 2019 aveva già emesso una risoluzione unanime per consentire l’uso di tutta la pianta di canapa, fiore incluso, per le finalità già contenute nella legge 242. In conseguenza, e da quasi due anni ormai, è seguito solo un tavolo tecnico in cui si stanno valutando tutte queste istanze dai 47 partecipanti. Io credo che questo tavolo tecnico in realtà non abbia aiutato questo iter, soprattutto con riferimento al fatto che c’è già una sentenza della Corte di Giustizia Europea che afferma che a livello comunitario è lecito di fatto l’uso dell’intera pianta. Semmai si può discutere in un secondo momento se, oltre alle finalità industriali previste dalla legge, possono essercene altre, come ad esempio prodotto da inalazione o pianta officinale. Se il tavolo tecnico non riesce nemmeno a rendere lecito ciò che già a livello comunitario di fatto lo è, siamo lontani da una soluzione.
Andrà a finire così che proprio l’Italia sarà l’ultima in Europa ad adeguarsi, con il risultato che subirà l’importazione dagli altri paesi a discapito dei produttori italiani.

Romana De Micheli